Edição 508 | 10 Agosto 2017

Bergoglio e Trump: due forme particolari di populismo

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João Vitor Santos

Per Massimo Faggioli, sia il papa come il presidente degli Stati Uniti possono essere considerati in una prospettiva politica di orientamento populista. Tuttavia, completamente diverse tra loro

Massimo Faggioli ha un dottorato in Storia della Religione, è professore di Teologia e Studi religiosi alla Villanova University di Philadelphia, negli Stati Uniti, e è editore collaboratore della rivista Commonweal. Ha lavorato presso l’University of St. Thomas, Minnesota, negli Stati Uniti, fino al 2016. Tra le sue pubblicazioni, segnaliamo Vaticano II: A luta pelo sentido (San Paolo: Paulinas, 2013) e True Reform: Liturgy and Ecclesiology in Sacrosanctum Concilium (Liturgical Press, 2012).

Vedere l'intervista.

IHU On-Line - Possiamo prendere il trumpismo come una forma di populismo? Perché?

Massimo Faggioli - Il trumpismo è una forma di populismo nel senso del rigetto delle élite politiche e culturali dominanti. Ma è una forma particolare di populismo perché si inserisce nel contesto statunitense, dove il rigetto delle élite si collega all’idea di riconquista dell’America “cristiana e bianca” dal mutamento avvenuto negli ultimi decenni e simboleggiato dall’elezione di Barack Obama nel 2008. Il populismo di Trump non ha a che fare solo col concetto di classe (le classi subalterne che si rivoltano contro le élite) ma anche con l’esperienza americana di razza (i bianchi come ex maggioranza contro afroamericani e latinos), con l’idea religiosa di America come “God’s country” (con una primogenitura del protestantesimo bianco rispetto alle altre confessioni cristiane e alle altre religioni), con l’assunto dell’eccezionalismo americano come missione particolare dell’America nel mondo. In questo senso il populismo di Trump è diverso da altri populismi, e specialmente dai populismi dell’America Latina.

IHU On-Line - In che modo il trumpismo si pone in una logica direttamente opposta alla logica difesa da leader come Papa Francesco?
Massimo Faggioli - Credo che si tratti di due populismi diversi: in primo luogo perché il populismo di Bergoglio è prima di tutto un populismo teologico, la centralità dell’idea di “popolo” e di “popolo di Dio” nella teologia ed ecclesiologia di papa Francesco. In secondo luogo il populismo trumpiano ha in mente una riconquista della centralità di una porzione ben specifica del popolo americano a scapito del resto del popolo: è qui che trova il suo senso il rigetto del “politically correct”. Poi il populismo trumpiano è erede dell’idea della supremazia del popolo e dell’esperienza degli Stati Uniti nella storia mondiale. Questi sono tutti elementi ben diversi dall’idea di “popolo” in Bergoglio.

IHU On-Line - Come il trumpismo impatta il pontificato di Bergoglio e viceversa?

Massimo Faggioli - Si tratta di due leadership parallele e opposte tra di loro, due solitudini diverse. La presidenza Trump sta ridefinendo e diminuendo la leadership globale degli USA ed è interessante vedere come questo, in un certo modo, vada nella stessa direzione del pontificato di Francesco: rendere il cattolicesimo più globale e meno dipendente dall’Occidente (Stati Uniti inclusi). È un passaggio storico inevitabile ma non è una manovra priva di rischi, né per gli USA né per la chiesa globale.

IHU On-Line - Il modo in cui Bergoglio si posiziona sia negli affari della chiesa, sia in materia al di là delle mura vaticane, rivela una prospettiva populista? Perché?
Massimo Faggioli - Francesco ha evitato fin dall’inizio di creare un circolo di “bergogliani” a Roma, anche se le sue nomine episcopali sono tutte di un certo tipo, vicino al suo modello ideale di vescovo. Ma Francesco ha anche sempre evidenziato la sua critica e la sua distanza da un certo stile di vita clericale ed episcopale, dichiarandosi come uno del popolo e non uno del mondo clericale. In questo senso può apparire populista. Ma la sua visione di chiesa sinodale presuppone una visione delle varie componenti della chiesa che non è una visione populista.

IHU On-Line - Che cosa, di fatto, Donald Trump rivela al mondo quando ritira gli Stati Uniti dal Accordo di Parigi e irrigidisce il rapporto con gli immigrati, insorgendosi in una logica nazionalista? Qual è la grande questione di fondo che lega queste sue azioni?
Massimo Faggioli  - Credo che la grande questione di fondo sia la paura di vedere gli Stati Uniti cambiare nel senso di un paese multiculturale e multirazziale e multireligioso. Il rigetto degli Accordi di Parigi non è altro che una dichiarazione del trumpismo contro le élite culturali e cosmopolite. Il trumpismo è uno dei segnali della fine del “secolo americano” e della paura di un certo tipo di America di fronte al mondo. Trump è stato eletto anche dei “blue-collar workers” sconfitti della globalizzazione; ma il movimento culturale e ideologico che ha fatto eleggere Trump ha radici antiche e non ha a cuore la sorte degli sconfitti della globalizzazione.

IHU On-Line - Qual è la sua valutazione del governo di Donald Trump fino a questo momento?
Massimo Faggioli - Un grande successo con la nomina di un giudice conservatore, bianco e cristiano alla Corte Suprema federale; una serie di fallimenti su tutte le altre questioni (riforma sanitaria, riforma fiscale); una serie di terribili de-regolamentazioni in materia ambientale; nessuna idea di politica estera. Ma la realtà è che il governo federale è paralizzato perché alla famiglia Trump non interessa governare il paese, e il partito repubblicano che sostiene Trump non è capace di governare il paese. Il vero problema è che non c’è un partito di opposizione: il partito democratico ha bisogno di essere ricostruito.

IHU On-Line - Come analizza l’incontro tra Donald Trump e Papa Francesco?
Massimo Faggioli - Sarebbe stato eccessivamente ottimista aspettarsi un cambiamento delle relazioni tra il pontificato di Francesco e la presidenza di Trump a causa della scoperta miracolosa di un terreno comune che in precedenza era invisibile. Da parte di alcuni cattolici americani c’era stato il tentativo – in modo ideologico - di mostrare una intesa tra Francesco e Trump: ma solo qualche giorno dopo c’è stato l’annuncio del ritiro dagli Accordi di Parigi… L’incontro tra Trump e Francesco in Vaticano non è stato un armistizio, ma una distensione da parte vaticana nel tentativo di tenere aperto un canale di comunicazione importante con l’America. Ma nessuno si faceva illusioni sui risultati dell’incontro.

IHU On-Line - Come vede il pontificato di Francesco, quattro anni alla guida della Santa Sede? Che cosa significa l’uscita del cardinale Müller dalla Congregazione per la Dottrina della Fede? Sono questi i movimenti riformatori di Francesco? Come immagina che questo cambiamento risuoni nella Chiesa?
Massimo Faggioli - Sul lungo termine, le questioni più importanti sono due. Il primo riguarda il futuro ruolo della CDF: da un lato, la CDF è stato l'esempio più visibile della fermata delle congregazioni della Curia sotto Francesco. In quattro anni, dal marzo 2013, il CDF ha pubblicato solo due documenti (minori): un ruolo completamente diverso dal CDF di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. È uno sviluppo che è stato celebrato da molti nella Chiesa, che essi vedono come finalmente non più soggetti a una voce istituzionalmente potente del magistero accanto al papa e ai vescovi, in qualche modo superiore e sovrano nei confronti dei vescovi locali e delle conferenze episcopali. D'altro canto, se la CDF del prefetto Ladaria continuerà a lavorare come la Congregazione stava lavorando sotto Francesco, la nomina di Ladaria potrebbe non essere altrettanto feconda quanto dovrebbe essere. Ladaria rappresenta una voce moderata che potrebbe portare un nuovo modo di affrontare questioni complesse sollevate in un cattolicesimo recentemente globalizzato; un nuovo modello di cooperazione con il resto della Curia e con i le conferenze episcopali; un nuovo ruolo della Commissione Teologica Internazionale; soprattutto, un nuovo modo della CDF di lavorare con il papato. Ma tutto questo fa parte del futuro della Curia romana in una chiesa dove l'orbis sta crescendo lontano dalla urbs. Parte degli orbis è anche la SSPX e vedremo come l'arcivescovo Ladaria, che succede al cardinale Müller nel suo ruolo di Presidente della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", affronterà i negoziati con il gruppo scismatico: interessante che il cardinale Müller avesse rappresentato la voce del Vaticano II e la necessità per SSPX di accettare gli insegnamenti del Vaticano II. La seconda domanda è burocratico-istituzionale. Francesco ha deciso di non rinnovare il mandato di cinque anni del cardinale Muller. Se Francesco decidesse di applicarlo a tutti i posti di Curia a cinque anni, potrebbe essere una vera e propria rivoluzione un'applicazione del principio generale che sacerdoti e vescovi servono nella Curia sapendo che ritorneranno alle loro Chiese o comunità locali o ad un altro ministero.

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