Edição 503 | 01 Maio 2017

Il nuovo rapporto capitale-lavoro ancora più sommerso nella soggettività

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Ricardo Machado

Per Andrea Fumagalli, le trasformazioni nel mondo del lavoro conducono alla riformulazione delle forme di remunerazione, in cui il salario perde efficacia

Andrea Fumagalli è dottore in Economia Politica presso l’Università Bocconi e l’Università Cattolica di Milano, laureato in Economia e Scienze Sociali presso la stessa istituzione e, successivamente, ha sviluppato delle attività di ricerca in collaborazione con l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e la New school for Social Research (New York). È professore presso il Dipartimento di Economia Politica e Metodo Quantitativo della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Pavia, Italia.

IHU On-Line – Quali sono stati i principali cambiamenti nel capitalismo dopo il movimento di globalizzazione e come ha riorganizzato i modi di produzione su scala globale?

Andrea Fumagalli – Uno degli effetti della crisi che è nata dai subprime è stata evidenziare l’instabilità strutturale del nuovo capitalismo, tra finanziarizzazione e globalizzazione. Non che tale instabilità non fosse nota ad alcuni studiosi, soprattutto estranei all’ambito del mainstream economico e borghese, ma almeno quello spartiacque ha reso evidente e diffusa tale consapevolezza. Ciò che invece doveva essere ancora indagato era verso quale direzione o direzioni tale instabilità avrebbe portato negli anni a venire. Al riguardo possiamo individuare tre linee di tendenza.

Il primo punto riguarda la natura del processo di accumulazione e la conseguente valorizzazione che ne è seguita, dopo il crollo finanziario e dei Pil nel biennio 2008-09. La crisi dei subprime può essere letta come l’esito di uno scostamento tra un processo di sfruttamento di un’attività lavorativa comunque interna ad una governance del mercato del lavoro (che prevedeva l’esistenza di una remunerazione sempre più precaria e compressa), e un processo di valorizzazione finanziaria di una struttura proprietaria privata che si voleva sempre più diffusa anche se sempre più impoverita.

I profitti delle grandi imprese multinazionali solo in parte derivavano direttamente dallo sfruttamento diretto del lavoro e se ciò avveniva si trattava dello sfruttamento di alcune parti dell’intero ciclo di subfornitura e di produzione, in particolare i nodi non direttamente interessati al core produttivo e tecnologico. Nonostante l’aumento dell’intensità di tale sfruttamento (precarizzazione elevata, riduzione dei diritti precedentemente acquisiti all’apogeo delle lotte nella fase alta del fordismo, scomposizione del lavoro, incapacità e spesso connivenza dei sindacati), tale base di estrazione di plusvalore non era più sufficiente di fronte all’estendersi della concorrenza globale e alla ridefinizione degli assetto geo-economici su scala mondiale con l’emergere di nuove potenze economiche capitalistiche. La valorizzazione capitalistica necessitava così di nuove fonti. La finanziarizzazione da un lato e l’accelerazione della mercificazione del territorio e della natura e la privatizzazione dei suoi beni dall’altro, potevano fornire una risposta adeguata, che si è rilevata, però insufficiente.

Da qui l’esigenza di inserire nel processo di finanziarizzazione in modo sempre più pervasivo la vita degli individui tramite il divenire rendita di porzioni crescenti del salario (soprattutto quello differito, grazie allo smantellamento dei sistema di welfare in Europa o la loro estensione in termini finanziari come è avvenuto con la riforma sanitaria di Obama negli Stati Uniti e come sta avvenendo oggi in America Latina).

La cartolarizzazione finanziaria delle condizioni di vita tramite lo sviluppo dei derivati (dalle case, ai diritti di proprietà intellettuali, alle assicurazioni sulla salute, sulla previdenza, sull’istruzione, ecc.) doveva in qualche modo compensare la possibile crisi di realizzazione dovuta all’incremento della concentrazione dei redditi a seguito di un processo di sfruttamento del lavoro che aveva raggiunto limiti non più superabili.

La crisi finanziaria del capitalismo cognitivo apre la strada al capitalismo bio-cognitivo . Il prefisso bio è, in questo caso, dirimente. Indica che l’accumulazione capitalista attuale si identifica sempre con lo sfruttamento della vita nella sua essenza, andando oltre allo sfruttamento del lavoro produttivo certificato come tale e quindi remunerato. Il valore-lavoro lascia sempre più spazio al valore-vita . Si tratta di un processo allo stesso tempo estensivo ed intensivo.

Estensivo perché l’intera vita nelle sue singolarità diventa oggetto di sfruttamento, anche nella sua semplice quotidianità. Nuove produzioni prendono piede. La ri/produzione sociale , da sempre operante nella storia dell’umanità, diventa direttamene produttiva ma solo parzialmente salarizzata; la genesi della vita (la procreazione) si trasforma in business; il tempo libero viene inscatolato, al pari delle relazioni amicali e sentimentali, all’interno di binari e di dispositivi che, grazie alle tecnologie algoritmiche, consentono estrazione di plusvalore (valore di rete); i processi di apprendimento e di formazione vengono inseriti nelle strategie di marketing e di valorizzazione del capitale; il corpo umano nelle sue componenti fisiche come cerebrali diventa la materia prima per la produzione e la programmazione della salute e del prolungamento della vita, grazie alle nuove tecniche bio-medicali.

Intensivo perche tali processi si accompagnano a nuove modalità tecniche e organizzative. La vita messa in produzione e quindi a valore si manifesta in primo luogo come intrapresa di relazioni umane e sociali. La cooperazione sociale, intesa come insieme di relazione umane più o meno gerarchiche, diventa la base dell’accumulazione capitalistica.

Il dibattito recente, soprattutto nell’ambito del marxismo autonomo, ha individuato nel comune il nuovo metodo di produzione . Si tratta di un aspetto rilevante per capire sia le forme dell’organizzazione della produzione e dell’impresa che del lavoro. Qui ci limitiamo a sottolineare come sia importante a non confondere il concetto di comune con quello dei beni comuni. E come la produzione del comune (espressione di Antonio Negri) rappresenti una nuova modalità del processo di sussunzione, che definiamo vitale e che va al di là della tradizionale dicotomia tra sussunzione formale e reale, di marxiana memoria. Il comune come metodo di produzione, in quanto forma di produzione, non può essere ontologicamente data (come invece sostiene Antonio Negri), in quanto è frutto dell’agire dei processi storici. Certamente è plausibile affermare che gli esseri umani vivono in “branco”, ovvero in comunità, e non individualmente e che quindi lo sviluppo di relazione sociali è intrinseco all’agire umano.

Il secondo punto riguarda la constatazione che il capitalismo bio-cognitivo è accompagnato da un accelerazione del progresso tecnologico. E’ ancora prematuro per affermare se un nuovo paradigma tecnologico è alle porte ma stiamo assistendo ad alcune avvisaglie che possono confermare questa ipotesi. Ciò che emerge è un progredire dell’ibridazione tra macchina e umano verso una direzione che vede allo stesso tempo sperimentazione di forme di automazione completa finalizzata alla sostituzione dell’essere umano in alcune sue funzioni rilevanti, da un lato, e innesti macchinici nel corpo umano, dall’altro. I settori dell’intelligenza artificiale, le biotecnologie, le nano tecnologie, la costruzione di tessuti umani con la sperimentazione genetica, le neuroscienze, l’industria dell’elaborazione di masse di dati sempre più complessi e indiviaualizzati (big data) ci mostrano una via nella quale il divenire umano della macchina si coniuga con il divenire macchinino dell’umano. Al di là della dinamica futura che tali traiettorie prenderanno, comunque verso la costruzione di un post-umano , ciò che ci interessa osservare è come la separazione tra uomo e macchinico venga meno. Non solo il rapporto tra lavoro astratto e lavoro concreto subisce una torsione ma anche il rapporto tra capitale costante e capitale variabile, tra lavoro morto e lavoro vivo, tende a modificarsi sempre più sino a una nuova metamorfosi tra capitale e lavoro.

Tale dinamica pone una serie di nodi teorici ed empirici rilevanti.

Il terzo punto riguarda l’indagine della nuova composizione sociale del lavoro che ne è derivata. Assistiamo al crescere di una soggettività del lavoro plurima e differenziata che rende di fatto impossibile, allo stato attuale dei fatti, l’individuazione di un’omogenea composizione sociale di classe. La coesistenza di forme non salariali, di forme di lavoro non pagato, di forme di semi-schiavismo, di forme di coinvolgimento emotivo-cerebrale, di forme etero dirette, forme di lavoro autonomo di III generazione, di forme di autorealizzazione e auto imprenditorialità (ad esempio, i makers) rendono difficilmente codificabile sia la composizione tecnica che politica del lavoro, ammesso che ancora queste due espressioni abbiano senso.

La crisi del lavoro salariato non apre tuttavia prospettive di superamento della condizione lavorativa, anzi la frammenta e la deprime ulteriormente. Sintomatico al riguardo è l’attuale tendenza all’annullamento della remunerazione monetaria di un numero crescente di prestazioni lavorative direttamente produttive e non assimilabile all’arcipelago del lavoro volontario e “libero” (free). La diffusione del lavoro non pagato (unpaid) non implica che non esista più remunerazione o che ci sia un furto di salario (un salario rubato) bensì una nuova forma di remunerazione che non viene definita dalla forma “salario”. Assistiamo così a nuove modalità di remunerazione del lavoro, caratterizzate da elementi sempre più simbolici, relazionali e immateriali.

Tali dinamiche portano a riconsiderare il concetto di ricomposizione tecnica del lavoro, soprattutto all’interno di un processo che si muove nella direzione del superamento della dicotomia umano-macchina. Tale tendenza significa che viene meno il rapporto capitale-lavoro? Siamo di tutt’altro avviso. Ciò che sta avvenendo, come sempre accade nel corso del cambiamento del paradigma tecnologico dominante, è una nuova configurazione di tale rapporto, dove l’elemento materiale e di conseguenza la sua misura in termini di remunerazione monetaria, perde di efficacia a vantaggio di un novo rapporto capitale-lavoro, ancor più intriso di elementi soggettivi di quanto non lo fosse già in precedenza.

L’attuale valorizzazione capitalistica si fonda sempre più sulla produzione di soggettività. Il capitale fisso si ibrida con il capitale variabile, il lavoro morto con quello vivo e viceversa. La sfida che abbiamo di fronte non è solo la riappropriazione del proprio capitale fisso ma anche, e forse soprattutto, la capacità di autogestione del proprio capitale variabile.

IHU On-Line – Come la “conoscenza” è diventata un oggetto centrale per la produzione di plusvalore?

Andrea Fumagalli – La conoscenza, in senso lato, diventa fonte diretta di produzione di plusvalore, essenzialmente in seguito a due processi che segnano l’uscita dalla crisi del paradigma fordista nei primi anni Settanta. Il primo ha a che fare con il passaggio dalle tecnologie tayloriste – rigide, meccaniche, ripetitive, statiche – verso le tecnologie linguistico-digitali – flessibili, comunicative, a elevato tasso di cumulatività, dinamiche. L’ingresso del linguaggio nella produzione necessita una forza lavoro dotata di saperi e competenze (know-how), dando così vita ad una nuova divisione del lavoro: quella cognitiva.

In secondo luogo, a seguito dei cambiamenti tecnologici, l’organizzazione del lavoro si modifica. Da una struttura verticale tende a trasformarsi in struttura orizzontale, rizomatica, senza che, tuttavia, venga meno il ruolo del comando del capitale sul lavoro. Le capacità relazionali svolgono il ruolo nevralgico di mettere in circolo la conoscenza all’interno di una struttura gerarchica che fa perno su nuovi dispositivi di controllo non più diretti e disciplinari ma sempre più indiretti e sociali. La cooperazione sociale necessaria allo sfruttamento della conoscenza deve così coniugarsi con l’individualismo e la frammentazione del lavoro per consentirne l’espropriazione.
La conoscenza è una merce che può assumere diversi ruolo a seconda di come viene definita. A tale riguardo, possiamo distinguere, in linea di massima tre gradi (livelli) di conoscenza, su cui su base l’odierna divisione cognitiva del lavoro:

  1. l’informazione, ovvero la produzione di dati formattati e strutturati in grado di essere duplicati meccanicamente e serialmente;
  2. Il sapere, ovvero la possibilità di produrre apprendimento, sia in termini operativi (“saper fare”) che di capacità di far fronte a problemi specifici. Esso è anche un’attitudine a “saper essere”, “saper vivere”, ecc. (know how);
  3. La conoscenza sistemica (bio-conoscenza), ovvero la comprensione a livello sistemico, produttrice di una capacità cognitiva che permette di generare nuove conoscenze (know that).

Vi è un’interdipendenza funzionale tra questi tre livelli. La conoscenza sistemica si pone ad un livello superiore e con essa si intende una capacità di astrazione in grado di generare una visione, appunto, sistemica, non codificabile in procedure standard. Ciò che intendiamo per conoscenza sistemica è essenzialmente conoscenza tacita, ovvero conoscenza che è frutto di un processo di apprendimento e acculturamento personale e sociale, non separabile né espropriabile da chi la possiede. Il sapere è inteso in questa accezione come forma di conoscenza più specializzata, a metà tra apprendimento operativo, trasmissibile via linguaggio tramite procedure codificate, e sviluppo di nozioni comportamentali che origina da condotte sociali di tipo imitativo (apprendimento mimetico). L’informazione, invece, si colloca al livello inferiore: è espressione di un sapere che non ha valore di per sé ma è necessario per arrivare ad una forma di sapere codificato

IHU On-Line – Da questo fenomeno, come si presentono le nuove scale economiche di crescita di produttività suddivise in economie apprendenti e economie in rete?

Andrea Fumagalli – Le economie di apprendimento (learning economies) e le economie di rete (network economies) rappresentano i due principali fattori di crescita della produttività e quindi definiscono le nuove forme dello sfruttamento nel capitalismo cognitivo e oggi bio-cognitivo. Le economie di apprendimento generano conoscenza, via cumulatività, da conoscenze tacite a conoscenze codificate. Le economie di rete le diffondono tramite replicabilità. Se la capacità cumulativa dei processi di apprendimento delle tecnologie linguistico-comunicative è un elemento nevralgico e strategico, è sulla loro diffusione che si definiscono oggi le gerarchie proprietarie. Apprendimento e rete sono infatti tra loro in contraddizione. Maggiore è la capacità di diffusione tecnologica, maggiore è l’humus dal quale a livello sistemico può trarre linfa il general intellect. Ma in un realtà capitalistica privata, la conoscenza, nonostante sia per definizione un a merce non scarsa ma abbondante (più si scambia, infatti più si diffonde), è sottoposta a enclosures (recinzioni) che limitino tale diffusione (i diritti di proprietà intellettuale) per poter consentire ai proprietari di lucrare il massimo plusvalore. Ma più la conoscenza è recintata dai brevetti e dai copyright, minore è la sua capacità di generare cumulativamente nuova conoscenza. Qui sta la contraddizione e la crisi del capitalismo cognitivo, che incide negativamente sul massimo sfruttamento delle economie di apprendimento e di rete.

IHU On-Line – Nei Suoi studi, Lei afferma che il capitalismo biocognitivo è l’espressione che definisce il capitalismo contemporaneo. Come possiamo caratterizzarlo?

Andrea Fumagalli – Per capitalismo bio-cognitivo si intende quel sistema di accumulazione di tipo capitalistico (ovvero fondato sulla proprietà privata e sul rapporto di sfruttamento capitale-lavoro) la cui fonte di valore non è più solo basata sul tempo di lavoro certificato come produttivo ma sull’intero tempo di vita. E’ la vita stessa, nella sua quotidianità e nella sua pienezza, a essere fonte di valorizzazione. Ciò può avvenire in modo diretto o indiretto e con diversa intensità L’attività lavorativa, soprattutto laddove la produzione è tendenzialmente immateriale, si caratterizza per un aumento dell’intensità, grazie allo sviluppo e alla diffusione delle tecnologie digitali che riducono il tempo di lavoro per la raccolta e l’elaborazioni di dati e delle capacità relazionali. Le pratiche di apprendimento e di relazione tendono ad essere sempre più organizzate come “addestramento” eterodiretto con il fine di incrementarne la produttività. Contemporaneamente, l’accumulazione capitalistica estende il suo raggio d’azione sino a inglobare quelle attività di vita (dal consumo, all’arte, alla cura, alla ri/produzione sociale, al tempo libero) che sino a poco tempo fa erano considerate improduttive, creando le premesse per una nuova forma di accumulazione originaria.

IHU On-Line – Come l’idea di “sussunzione” aiuta a spiegare il mondo del lavoro nel capitalismo contemporaneo? Quali sono le differenze tra sussunzione formale e sussunzione reale? Come convergono nel capitalismo biocognitivo? Le distinzioni tra labor (lavoro produttivo), opus (lavoro artistico e culturale) e otium (attività ricreative) hanno ancora un senso?

Andrea Fumagalli – Il concetto di sussunzione in Marx indica le modalità di subalternità del lavoro al capitale. E’ quindi propedeutico all’analisi delle forme di sfruttamento del lavoro. Tale rapporto di sfruttamento capitalistico viene descritto da Marx con due forme di sussunzione diverse: “formale” e “reale”, esito dell’evoluzione storica del capitalismo e della metamorfosi continua del rapporto capitale-lavoro. Tali due sussunzioni rimandano a due concetti diversi di plus-valore: assoluto e relativo. Secondo Marx, alla fase della sussunzione formale del lavoro al capitale corrisponde il plusvalore assoluto. Alla sussunzione reale corrisponde invece il plusvalore relativo.
La fase storica della sussunzione formale corrisponde a quel periodo di capitalismo pre-industriale che giunge sino alle soglie della rivoluzione industriale e al primo capitalismo artigianale, nei quali lo sfruttamento del lavoro e la sua sottomissione al capitale si attua “sulla base di un processo lavorativo ad esso pre-esistente” . In tale contesto, il plusvalore deriva dalle estensificazione del lavoro tramite, ma non solo, il continuo allungamento dell’orario di lavoro

Con il passaggio alla sussunzione reale, il processo di sfruttamento e di estrazione del plus-valore passa dalla fase dell’estensificazione a quella dell’intensificazione del processo lavorativo. Tale passaggio avviene tramite il succedersi di tre tipi di organizzazione. L’iniziale “cooperazione semplice”, tipica della prima fase della sussunzione formale del pre-capitalismo, lascia spazio al sistema della “manifattura” della fine del XVIII secolo, nella quale, il lavoro ha ancora un contenuto e l’operaio utilizza un suo strumento, seppur in modo sempre più esclusivo e in aree ristrette. E’ la fase descritta da Adam Smith, quando la “cooperazione semplice” muta configurazione e si trasforma in divisione del lavoro con l’obiettivo di scomporre l’attività artigiana in operazioni differenti ed eterogenee, ciascuna delle quali assegnate in modo permanente a singoli operai. La fase organizzativa della “manifattura”, a metà del XIX Secolo, si trasforma poi nel terzo modello organizzativo che Marx denomina ”fabbrica”, dove viene meno ogni specializzazione e l’operaio è costretto dalla “macchina” a compiere operazioni monotone per tutto l’arco della giornata lavorativa. L’operaio diventa così del tutto servo della macchina, riducendosi egli stesso a macchina che agisce senza dover pensare. E in questa ultima trasformazione che si attua il passaggio alla sussunzione reale del lavoro al capitale. L’estrazione di plusvalore (ora relativo) è così determinata dall’incremento dell’intensificazione dei ritmi, dettati dalla velocità della macchina. Tale intensificazione (che gli economisti chiamano “produttività del lavoro”) è finalizzata ad abbreviare il tempo di lavoro socialmente richiesto per la produzione di una merce, così da consentire che a parità di tempo di lavoro il volume dell’output risulti maggiore.

Con il passaggio al paradigma del capitalismo bio-cognitivo, entriamo in una nuova fase della sussunzione del lavoro al capitale, dove allo stesso tempo sussunzione formale e sussunzione reale tendono a fondersi e a alimentarsi a vicenda.

Parliamo di sussunzione formale del lavoro al capitale nel momento in cui la prestazione lavorativa fa riferimento alla capacità relazionale e ai processi di apprendimento che il singolo lavoratore detiene sulla base della sua esperienza di vita, vale a dire maturati in un periodo precedente al momento del loro utilizzo ai fini della produzione di valore di scambio. L’apprendimento e la relazione nascono come valori d’uso alla fonte e, come gli utensili e le competenze manuali degli artigiani del primo periodo capitalista, vengono poi “salarizzati”, obtorto collo, e formalmente sussunti nella produzione di valore di scambio.

Il processo di valorizzazione avviene infatti sfruttando le capacità di apprendimento, di relazione, e di (ri)produzione degli esseri umani che si formano a monte prima dell’utilizzo diretto in produzione. Si tratta a tutti gli effetti di una sorta di accumulazione originaria in grado di mettere al lavoro e a valore quelle attività che nel paradigma fordista-taylorista erano improduttive. La sussunzione formale nel capitalismo bio-cognitivo ha quindi come effetto l’allargamento della base di accumulazione, mettendo a lavoro l’attività di formazione, di cura, di riproduzione, di consumo, di relazione sociale e di tempo libero. Cambia il concetto di lavoro: la distinzione tra lavoro direttamente produttivo (labor), lavoro artistico e culturale (opus), attività di svago (gioco e leisure) viene meno e tende a confluire in tempo di lavoro direttamente e indirettamente produttivo . Di fatto assistiamo ad una convergenza dei diversi tempi di vita (tempo del labor, tmpo dell’opus, tempo dell’otium, tempo del gioco) verso il labor, rendendo così vana la differenza tra questi termini. L’intera vita umana diventa produttiva.

Parallelamente, nel capitalismo bio-cognitivo la sussunzione reale si modifica, rispetto al taylorismo, in seguito al passaggio dalle tecnologie meccaniche-ripetitive a quelle linguistico-relazionali. Dalle tecnologie statiche che aumentano la produttività e l’intensità della prestazione lavorativa tramite lo sfruttamento delle economie di scala di dimensione si passa a tecnologie dinamiche come quelle di apprendimento e di rete in grado di coniugare simultaneamente attività manuali e attività cerebro-relazionali, favorendo una nuova organizzazione più flessibile del lavoro, nella quale la fase di progettazione e la fase di esecuzione non sono più perfettamente scindibili ma sempre più interdipendenti e complementari. Anche la separazione tra produzione manifatturiera e produzione terziaria diventa sempre più difficile da cogliere. Esse sono sempre più indissolubili all’interno della filiera produttiva. Dal lato della produzione materiale, l’introduzione di nuovi sistemi informatizzati di produzione, quali il CAD-CAM e il CAE rendono necessaria una professionalità di competenze e saperi che rendono il rapporto tra uomo e macchina sempre più inscindibile sino al punto che è il lavoro vivo a dominare il lavoro morto macchinico. Dal lato della produzione dei servizi (finanziarizzazione, R&D, comunicazione, brand, commercializzazione), si assiste ad una predominanza della valorizzazione a valle della sola produzione materiale.


IHU On-Line – In che modo i modelli di organizzazione del lavoro nel secolo XXI culminano nella sussunzione della vita? Come possiamo capire meglio questo concetto?

Andrea Fumagalli – Nel capitalismo bio-cognitivo, sussunzione reale e sussunzione formale sono due facce della stessa medaglia e si alimentano a vicenda. Esse, congiuntamente, danno vita ad una nuova forma di sussunzione, che possiamo definire vitale o sussunzione del general intellect. Tale nuova forma dell’accumulazione capitalistica moderna evidenzia alcuni aspetti che sono alla base della crisi del capitalismo industriale. Si tratta di analizzare le nuove fonti della ricchezza (e dei rendimenti crescenti) nel capitalismo bio-cognitivo. Tali fonti derivano dalla crisi del modello di divisione tecnica e sociale generato dalla prima rivoluzione industriale e portato alle estreme conseguenze dal taylorismo e vengono alimentati dal ruolo e dalla diffusione del sapere che obbedisce “ad una razionalità sociale cooperativa che sfugge alla concezione restrittiva del capitale umano” . Ne consegue che viene messo in discussione il tempo di lavoro immediato come principale e unico tempo produttivo con l’effetto che il tempo effettivo e certificato di lavoro non è più l’unica misura della produttività e l’unica garanzia di accesso al reddito. Si attua così una torsione nella tradizionale teoria del valore-lavoro verso una nuova teoria del valore, in cui il concetto di lavoro è sempre più caratterizzato dal “sapere” e si permea con il tempo di vita. Possiamo chiamare questo passaggio come la transizione verso una teoria del valore-sapere o teoria del valore-vita , se sapere e vita tendono ad autoalimentarsi a vicenda e dove il principale capitale fisso è l'uomo “nel cui cervello risiede il sapere accumulato dalla società” .

Quando la vita diventa forza-lavoro, il tempo di lavoro non è più misurabile in unità di misura standard (ore, giorni). La giornata lavorativa non ha più limiti, se non quelli naturali. Siamo in presenza di sussunzione formale e di estrazione di plus-valore assoluto. Quando la vita diventa forza-lavoro perché il cervello diventa macchina, ovvero “capitale fisso e capitale variabile allo stesso tempo”, l’intensificazione della prestazione lavorativa raggiunge il suo massimo: siamo così in presenza di sussunzione reale e estrazione di plus-valore relativo.
Tale combinazione delle due forme di sussunzione – che possiamo definire sussunzione vitale – necessita un nuovo sistema di regolazione sociale e di governance politica.

IHU On-Line – Come questi nuovi concetti convergono nelle società di controllo e come si caratterizzano?

Andrea Fumagalli – Il concetto di società di controllo è coniato da Gilles Deleuze in continuità e parziale sostituzione del concetto di controllo disciplinare di Michel Foucault:

“Ci troviamo in una crisi generalizzata di tutti gli ambienti di reclusione, prigione, ospedale, fabbrica, scuola e famiglia. La famiglia è un "interno" in crisi come tutti gli altri interni, scolastici, professionali ecc. I ministri competenti non smettono di annunciare delle riforme ritenute necessarie. Riformare la scuola, riformare l'industria, l'ospedale, l'esercito, il carcere: ma ciascuno sa che queste istituzioni sono finite, a scadenza più o meno lunga. Si tratta soltanto di gestire la loro agonia e di tenere occupata la gente fino all'installazione di nuove forze che premono alle porte. Queste sono le società del controllo che stanno per sostituire le società disciplinari. "Controllo" è il nome che Burroughs ha proposto per designare questo nuovo mostro e che Foucault riconosce come nostro prossimo avvenire”.

La società del controllo si dota di numerosi strumenti. Qui vogliamo soffermarci su tre. Il primo è rappresentato dalla governance dei comportamenti individuali tramite il “debito”, non più oggi solo concetto contabile ed economico, ma dispositivo indirettamente disciplinare (e quindi di controllo sociale) della psicologia individuale, sino a sviluppare sensi di colpa e di auto-controllo.Il secondo processo di controllo sociale è rappresentato dall’evoluzione delle tipologie contrattuali del lavoro verso una

condizione strutturale, esistenziale e generalizzata di precarietà. La condizione precaria oggi è sinonimo di incertezza, instabilità, nomadismo, ricatto e subalternità, psicologica e non, dai mezzi di sopravvivenza. E’ condizione di dipendenza che non si manifesta nel momento stesso in cui si definisce formalmente un rapporto di lavoro ma ne sta a monte e a valle. E’ condizione esistenziale totale che impone forme di auto-controllo e di auto-repressione con risultati ancor più forti del disciplinamento diretto della fabbrica. La condizione precaria indica un’antropologia e una psicologia comportamentale che è tanto più forte quanto più il lavoro diventa cognitivo e relazionale .

Debito, da un lato, precarietà, dall’altro, sono così le due architravi principali che consentono all’attuale sussunzione vitale del capitalismo bio-cognitivo di operare.

Al fine di indurre comportamenti soggettivi in linea con il processo di sfruttamento della vita che sottostà alla sussunzione vitale è necessario, tuttavia, che vengano introdotti altri dispositivi di controllo, finalizzati alla governance delle soggettività degli individui. Qui si innesta la terza tendenza del controllo sociale, che si muove su un doppio binario: il controllo dei processi di formazione del sapere e la creazione di immaginari individualistici ad hoc. Nel momento stesso in cui il sapere, il general intellect, diventa strategico, la base del processo di accumulazione e valorizzazione bio-capitalistica, è necessario controllarlo ma anche indirizzarlo. Tale processo può avvenire lungo due direttive fra loro complementari, finalizzato all’amministrazione delle “cose” (la prima) e al governo delle “persone” (la seconda). Da un lato, si assiste allo sviluppo di una governance della tecnica (techne) come dispositivo di formazione che spoglia costantemente qualsiasi elemento di analisi critica e di filosofia sociale. La specializzazione tecnica crea così “ignoranza”, nel senso etimologico del termine, ovvero “non conoscenza”. Dall’altro, a ciò si aggiunge il dispositivo del merito e del premio selettivo individuale, mantra oramai assodato nei processi di riforma delle istituzioni formative (dall’asilo all’università), in grado di trasformare le diverse individualità messe a lavoro e a valore in soggettività individualistiche, perennemente in lotta fra loro e quindi auto-annullantesi

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